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martedì 2 agosto 2011

Born into brothels - un film


Puja, Avijit, Suchitra, Shanti, Manik, Tapasi, Gaur e Kochi sono gli otto piccoli protagonisti di questo documentario.
Realizzato nel 2004 dalla fotografa inglese Zana Briski e da Ross Kaufmann, questo film racconta la storia degli otto bambini, figli di prostitute del quartiere a luci rosse Sonagachi a Calcutta. Partita nel 1994 per fotografare la vita delle prostitute di questa città, Zana Briski racconta di essersi a poco a poco affezionata ai loro figli, che mostravano un particolare interesse per il suo lavoro, chiedendole continuamente di poter provare a fare fotografie. "Così - racconta la fotografa - ad un certo punto cominciai a pensare che sarebbe stato bello insegnare ai bambini a fotografare, perchè potessero mostrare il mondo con i loro occhi".

Ai bambini vennero date delle semplici macchine fotografiche e dei rullini, ma contemporaneamente Zana propose loro di seguire un corso, in cui si spiegavano il funzionamento, il sistema per inquadrare e scattare, le regole della composizione, e infine si selezionavano i provini di ciascun bambino, analizzando insieme i motivi per cui una foto era ben riuscita o un'altra doveva essere scartata.
Parallelamente, il film racconta la vita di ciascuno di loro, attraverso i vari momenti della giornata, nel labirinto dei vicoli sporchi e decadenti di questo quartiere di periferia. La vivacissima Puja, di famiglia brahmana, il cui destino è segnato, dato che tutte le donne di famiglia - dalla bisnonna alla madre - fanno le prostitute; Avijit, figlio brillante e talentuoso di un venditore di alcoolici illegali alcolizzato e tossicodipendente. Suchitra, che la zia vorrebbe spedire nei bordelli di Bombay, Kochi, la cui madre ha tentato il suicidio dopo aver perso sei figli.
Insomma, tutti i bambini, per un motivo o per l'altro, conducono una vita dura, lavorano o badano ai fratelli più piccoli, non frequentano la scuola, e vivono in un ambiente difficile e degradato.
Zana Briski dà loro la possibilità di raccontare con la fotografia il loro mondo, di aprire le porte ad esperienze nuove, accompagnandoli in nuove avventure come lo zoo o il mare (che nessuno di loro aveva visto prima); ma soprattutto propone loro di cercare una scuola che li accetti, per studiare e costruirsi un futuro diverso.

Buona parte del film è dedicato al racconto della ricerca faticosissima di una scuola disposta ad accettare i figli delle prostitute della città: Zana si trova di fronte ad un muro di sospetto e rifiuto, in cui è costretta comunque a riempire moduli, rispondere a domande personali sulla vita dei ragazzi, fare interminabili file negli uffici pubblici, firmare, timbrare, fotocopiare, insistere.
Finalmente due scuole della città sono disponibili ad accettare le iscrizioni dei bimbi, che devono promettere di frequentare i collegi continuativamente e senza poter uscire se non in poche occasioni di vacanza. Allo stesso tempo la fotografa riesce a organizzare le prime mostre delle fotografie dei ragazzi, in America e in India. Uno di loro, Avijit, viene scelto per rappresentare il progetto ad una importante manifestazione in Olanda, e dopo molte peripezie riesce a partire per questo luogo così diverso e incredibile rispetto a casa sua.
Grazie ai fondi raccolti con le mostre e le donazioni si prospetta per i ragazzi la possibilità di proseguire negli studi, eventualmente anche in America...

Tutto è bene quel che finisce bene?

Nei contenuti speciali è possibile vedere le immagini del ricongiungimento, dopo tre anni, della fotografa con i ragazzi, ormai adolescenti. E' molto toccante vedere come ciascuno stia faticosamente trovando la propria strada; i ragazzi adesso parlano inglese senza problemi e si impegnano a scuola, pur con molte difficoltà.

la fotografa Zana Briski

Navigando nel sito del progetto di Zana Briski (che adesso coinvolge anche altri paesi nel mondo) si può seguire quello che ciascun ragazzo sta facendo adesso, se sta ancora studiando oppure se ha preferito abbandonare e seguire altre strade. Non è chiaro, veramente, se qualcuna delle ragazze ha dovuto invece piegarsi al destino delle donne di Sonagachi; in ogni modo nei confronti di questo film e di questo progetto sono state mosse molte critiche, a cominciare da quelle di uno dei collaboratori indiani alla produzione, che ha rinfacciato alla fotografa americana di non aver davvero inciso positivamente nelle vite dei ragazzi come potrebbe sembrare dal film che, a suo giudizio, è più una fiction che un documentario.

A me salta agli occhi l'impronta 'americana' dell'approccio: più volte Zana Briski nel film dice ai ragazzi che bisogna credere nei sogni e lavorare per raggiungerli. Su questo non ho nulla da obbiettare, ma non so se sia giusto per esempio lavorare solo sui ragazzi e non sulle famiglie o se proiettarli in un universo di mostre e feste per la raccolta di fondi sia il sistema giusto per affrontare il problema di essere nati in un quartiere come Sonagachi. Comunque, è senz'altro una grande opportunità, che questi otto bambini hanno avuto la fortuna di avere.

Born into brothels è comunque davvero un bel film, cui i bambini hanno contribuito enormemente facendo delle foto bellissime...

domenica 3 aprile 2011

Cosa fanno i Warli?

Questa settimana sono stata, come ogni anno ormai da un po' di tempo, alla Fiera di Bologna dedicata alla letteratura per l'infanzia. Direi che è riduttivo dire che i libri per ragazzi servono solo a loro; sono spesso libri che vengono scritti e illustrati da autori di notevole talento, e che sono in grado di coinvolgere anche il pubblico adulto.
Sono giornate - quelle passate in Fiera - fatte di sorprese e meraviglia di fronte a pubblicazioni curatissime, con una grande attenzione per la grafica e per la qualità delle storie. Case editrici come Orecchio Acerbo, Adelphi, Corraini, Topi Pittori, per citarne solo alcune, sono aziende fatte da persone che lavorano da anni nel campo dell'editoria di qualità, producendo libri davvero straordinari.

Ma uno dei motivi per cui vado così volentieri alla Fiera è la possibilità di visitare gli stand delle poche case editrici indiane che propongono i loro libri al pubblico internazionale. La mia preferita è Tara Books, fondata da Gita Wolf nel 1994 con base a Chennai, che sta pubblicando libri fantastici, che hanno vinto numerosi premi proprio per la qualità e per l'impegno nel conservare e promuovere la cultura e l'arte tradizionale indiana.
L'anno scorso per esempio si è aggiudicato il premio New Horizons il libro Do! (tr. Cosa fanno i Warli?), un albo illustrato creato da tre artisti appartenenti alla comunità tribale Warli del Maharashtra.


Per tradizione, sono le donne della comunità a dipingere i muri esterni delle case: con pennelli di bambù tracciano, con una mistura bianca di calce e gesso, i loro motivi sul fondo di fango e sterco, lisciato alla perfezione. Da un po' di tempo però anche gli uomini hanno iniziato a dipingere, non solo sui muri, ma anche su stoffa e altri supporti.


I temi sono ripresi dalla quotidianità e dalle storie tradizionali, rese con immediatezza e semplicità da figurine stilizzate che si muovono con agilità sulla superficie.
Cerchi, triangoli, ricami per rendere i motivi vegetali, tutti in perenne movimento in mille attività, con in più il fascino dei pittogrammi dell'arte rupestre degli albori della civiltà.
I libri pubblicati da Tara Books sono molto spesso stampati a mano (tutti!) con la tecnica della serigrafia. Questo significa un lavoro lunghissimo di preparazione dei telai e dei supporti, una cura speciale durante i processi di stampa, ma un risultato decisamente straordinario!


Cosa fanno i Warli? di Gita Wolf, Ramesh Hengadi & Shantaram Dhadpe (assistiti da Rasika Hengadi e Kusum Dhadpe), ed. L'Ippocampo Junior, 2010
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