domenica 12 gennaio 2014

Il rispetto secondo il Buddhismo

Comincio questo 2014 con un articolo di Robina Courtin, la monaca buddhista di origini australiane che sono andata a sentire in novembre, all'Istituto Vajrayogini di Lavaur, in Francia.

Credo che chi segue questo blog abbia capito che Robina mi ha colpita profondamente. Forse aveva un modo di esporre e raccontare adatto a me e alle mie orecchie curiose ma al tempo stesso scettiche... fatto sta che mi sembra che quello che dice sia sempre estremamente chiaro e utile. E il tono non è mai troppo pesante, né usa una terminologia troppo difficile.
Insomma, beccatevi anche questo:-) spero faccia bene! 

"Se non rispetti te stesso, come puoi aspettarti che lo facciano gli altri?"

"Ricordo che mia madre mi diceva questa frase, ma io non la ascoltavo. Volevo tanto che gli altri mi approvassero, mi amassero e mi rispettassero, ma non riuscivo a collegare questi bisogni al mio basso livello di autostima. D'altra parte, non sapevo neppure che cosa significasse! Mi sembrava scontato non essere degna.

Secondo l'interpretazione buddhista della mente umana, questa è l'ironia dell'ego. Una delle funzioni dell'attaccamento (l'attaccamento è una delle tre principali cause del dolore ndr) è proprio questa insistenza dell'ego nella sua propria insoddisfazione.
Non importa ciò che riusciamo a fare, realizzare o sperimentare; a noi sembra che non sia mai abbastanza: che è un altro modo per dire che molto spesso ci concentriamo sui nostri difetti.
Anche se desideriamo così tanto l'approvazione degli altri, quando la otteniamo, non riusciamo neppure ad accettarla. Se anche dieci persone dicessero cose positive di noi, noi ci comporteremmo come sordi. Al contrario, basta che una sola persona dica una cosa negativa, che noi ci crediamo subito. Totalmente.

Che cosa dimostra tutto ciò? Che non apprezziamo noi stessi.
E' così triste… Invece, ciascuno di noi possiede un tale potenziale di bontà, chiarezza, gentilezza e saggezza - e anche di appagamento.
Il problema è che dobbiamo allenarci a pensare in questo modo per controbilanciare quello che secondo Buddha è l'abitudine con la quale nasciamo: bassa autostima, attaccamento, rabbia, tristezza, gelosia.
Di sicuro ci capita di arrabbiarci, di parlar male degli altri, di far casino nelle nostre relazioni, di essere gelosi, eccetera, e avremmo bisogno di renderci conto di quel che facciamo. Invece, alla fine, semplicemente ci sentiamo "in colpa". E questo è del tutto inutile: non è così che ci possiamo prendere la responsabilità delle nostre azioni. Al contrario, serve solo a rinforzare la nostra bassa autostima. E per di più, crediamo che questa situazione sia immutabile, che noi siamo proprio così come ci sentiamo.

Ma d'altra parte, sappiamo anche fare cose buone: lavoriamo sodo, perdoniamo gli altri, siamo pazienti, proviamo amore e compassione - cose così importanti! Dobbiamo ricordarci ogni giorno, dicendocelo letteralmente, che queste qualità rappresentano ciò che noi siamo veramente. Finché diamo retta ai pensieri distruttivi, rimarremo sempre bloccati.
Il nostro attaccamento a quello che gli altri pensano di noi è così determinante nella nostra vita che rappresenta la causa di una buona parte della nostra infelicità. Ed è così tanto difficile da vedere: è la nostra modalità abituale.

Ciò che ci aiuta a diventare più forti e a far crescere ciò che siamo veramente - che è un altro modo di sviluppare il rispetto per sé - è la consapevolezza di ciò che sentiamo e pensiamo. Con il coraggio di seguirlo, senza preoccuparci di quello che gli altri pensano di noi.
In altri termini, è più importante renderci conto di quello che succede nella nostra mente che preoccuparci costantemente di quello che succede nella mente degli altri.

Mi ha emozionato molto leggere su The Guardian di quella infermiera australiana, Bronnie Ware, che per anni ha lavorato con pazienti in punto di morte, e che ha raccolto le sue esperienze in un libro: I cinque rimpianti più grandi di un morente.
Racconta che il rimpianto più grande è: "mi sarebbe piaciuto aver avuto il coraggio di vivere una vita che avesse significato per me, non una vita come quella che si aspettavano gli altri".
Questa è grossa! Ma è proprio così!
C'è un bel proverbio buddhista che dice: "un uccello ha bisogno di due ali per volare: saggezza e compassione". Potreste dirmi che la compassione è la cosa più importante: rendersi utili, alleggerire il fardello del nostro prossimo…ma, come dice il Dalai Lama "la compassione non è abbastanza, c'è bisogno di saggezza". E ciò implica semplicemente sviluppare se stessi, far crescere il nostro potenziale innato di chiarezza e aver coraggio nelle scelte che facciamo. E questo non porta altro che un grande rispetto per sé, buona autostima, tanta soddisfazione e felicità.
Non vi pare?


articolo di Robina Courtin, apparso su Soul & Spirit Magazine, novembre 2013, qui il pdf in inglese


5 commenti:

Sonia.namaste Namaste ha detto...

Bellissimo, grazie

Elisa Chiodarelli ha detto...

sono contenta che piaccia anche a te, carissima!
baci :-)

Rigveda Roma ha detto...

Bello e vero fino in fondo, se a giugno ti trovi dalle parti di Livorno puoi venire a sentire Sua Santità! Ciao

Elisa Chiodarelli ha detto...

ciao Claudia!
grazie di essere passata di qua. E sì, ho già in programma di andare a sentire il Dalai a Livorno!! Vai anche tu?
bacioni!

Peter Vercauteren ha detto...

Bellissimo post, ma mi permetta di fare qualche obiezione. ;-)

L'attaccamento è infatti una grande causa del dolore che sperimentiamo. Ma come possiamo esistere senza attaccamento? Perché bannarlo implica automaticamente bannare anche l'amore per gli altri. Dal momento in cui apri il tuo cuore per una persona, sia un amico, un parente o una persona che vuoi amare veramente, automaticamente viene anche un attaccamento a questa persona. Altrimenti la relazione diventa sterile, basato solo sul rapporto intelettuale senza il rapporto del cuore. Ancora quando una persona morisse, non sentiamo più nessun dolore e ragioniamo soltanto... "adesso sarà in un posto migliore", e basta. Niente lacrime... Ci diamo la mano per cortesia, ma il colpo di fulmine sparisce e lascia un vuoto. Il Buddismo dice che dobbiamo riempire quel vuoto colla ricerca per la nostra nirvana spirituale. Ma non è un po' troppo facile? Non è in un certo senso correre via dal mondo reale e rinchiuderci nel nostro desiderio di essere elevati dalla sofferenza, sopra una nuvola rosa che ci porta ad un posto immaginario dove la sofferenza non esiste più? Secondo me è una illusione. È un pregio di voler cercare la sagezza e l'illuminazione spirituale. Ma non voglio distaccarmi neanche dai sentimenti "umani" come l'attaccamento, anche se possono essere così dolorosi perché possono anche darci una gioia più grande di qualsiasi altra cosa. Mi piace confrontarlo con una pendola. Da un lato c'è la negatività, dall'altro la positività. Quando la pendola va piano, non sentiamo molta sofferenza, ma neanche molta felicità. La vita va avanti così, senza troppo su o giù. Invece quando prendi dei rischi nella vita, come attaccarsi ad una cara persona, la ferita sarà tanto più grande quando la storia finisce male. Ma quando la storia finisce bene... non esiste nessuna felicità così grande. E quando la pendola non va proprio nella zona negativa... non va neanche nella zona positiva. Sta fermo e a mio parere sarebbe come vivere morto. È il bilancio della vita... si può chiamarlo yin-yang, luce-tenebre, cielo-inferno... tutte le definizioni che l'abbiamo dato nel passato. Sono irreversibilmente collegati. Secondo me... :-)

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