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domenica 7 settembre 2014

Kalachakra ritratti


Kalachakra from Elisa Chiodarelli on Vimeo.
Una delle grandi opportunità nel partecipare al Kalachakra 2014 a Leh è stata la possibilità di vedere tante persone meravigliosamente diverse tutte riunite nello stesso posto.
Ricordo che la mattina, andando a piedi verso il teaching ground per assistere agli insegnamenti del Dalai Lama e poi all'iniziazione, mi prendeva una specie di "febbre da ritratto": c'erano così tante persone incredibili da osservare, tutte in movimento e tutte - quasi - inafferrabili :-)
Allora lasciavo andare avanti i miei compagni di viaggio e mi appostavo dove mi sembrava di poter essere in posizione più favorevole per poterne riprenderne qualcuno.
Un bagno di umanità davvero indimenticabile!





venerdì 15 agosto 2014

Kalachakra 2014


Kalachakra significa letteralmente "ruota del tempo". E' la ruota del samsara, dentro cui ognuno di noi nasce e cresce e più o meno consapevolmente conduce un'esistenza fatta di stati emotivi instabili, sofferenza e illusione sulla vera natura della realtà.
Detta così sembra una visione pessimistica e abbastanza misteriosa…
Ma se pensiamo a come va il mondo o almeno la parte visibile e di superficie, forse non è un'interpretazione così lontana dalla realtà. Comunque.
Partecipare al Kalachakra a Leh, Ladakh, ha significato farsi carico di questa visione e provare ad innescare il processo inverso.
Perché i movimenti della ruota del tempo non trascendono necessariamente la nostra possibilità di scelta, ma ci invitano ad un tentativo.


Il Kalachakra è un rituale di iniziazione celebrato dal Dalai Lama, che mira alla pacificazione e al riequilibrio di infinitamente grande e infinitamente piccolo; universo e mente, in cui si annullano gli opposti nella vacuità dell'attimo presente.
E' un percorso meditativo che ognuno dei partecipanti - che possono essere centinaia di migliaia, a differenza di altri tipi di iniziazione, possibili solo per pochi - compie attraverso il mandala di sabbia colorata costruito dai monaci durante i giorni di preparazione.
Questo mandala - un diagramma che attraverso le sue geometrie e le sue corrispondenze rappresenta l'universo della mente - raccoglie tutti gli insegnamenti che lo stesso Buddha Shakyamuni avrebbe trasmesso nella notte dei tempi.
E i partecipanti sono invitati a rivivere questi insegnamenti attraverso visualizzazioni, pratiche specifiche, mantra e meditazione.


La storia narra che Buddha, su invito del re di Shambala, si recò nella capitale di questo regno favoloso nell'India meridionale per trasmettere gli insegnamenti di liberazione suprema. Il Buddha si manifestò al re nell'aspetto della divinità Kalachakra in unione con la consorte Vishvamata, e trasmise questa iniziazione e il relativo insegnamento esoterico.


Shambala è una terra misteriosa, abitata da illuminati dediti alla resurrezione spirituale dell'umanità. Un luogo mitico di pace e felicità, una congrega di menti superiori, che attendono il momento opportuno per intervenire in soccorso di tutti gli esseri senzienti.
Una delle ragioni per cui il Dalai Lama conferisce periodicamente l’iniziazione di Kalachakra si trova nella profezia secondo cui coloro che la ricevono rinasceranno durante il regno del XXV re di Shambala, pronti ad ottenere la completa illuminazione grazie alla pratica di meditazione di questo Tantra.
Sembra infatti che tutti coloro che hanno ricevuto questa iniziazione speciale faranno parte dell'esercito di Shambala, che salverà il mondo trasformandolo in un luogo di pace.
Nel corso dei secoli, avventurieri e sognatori hanno cercato questo regno, esplorando i territori montuosi del Tibet o percorrendo le valli himalayane. Ne sono nati resoconti di viaggio e romanzi d'avventura che mescolano geografia, mito e narrativa.
Ad ogni modo l'attuale Dalai Lama ha conferito l'iniziazione di Kalachakra già 33 volte dal 1954, per facilitare la connessione mistica con Shambala, diffondere il più possibile il suo messaggio di pace e unificazione o perlomeno spargere semi karmici positivi nella vita tutti coloro che partecipano.


In pratica l'Iniziazione di Kalachakra di Leh si è svolta durante dieci giorni di immersione totale nella dottrina buddhista tibetana, tre giorni di insegnamenti di Sua Santità, altri tre di iniziazione vera e propria, oltre ai giorni di preparazione, preghiere, costruzione del mandala di sabbia. 160 mila le
persone presenti, di cui 9.000  monaci, 6.000 stranieri e migliaia di famiglie provenienti dai quattro angoli dell'Himalaya per partecipare a questa gigantesca cerimonia di pace.
9.000 volontari - sia ladakhi che stranieri - per registrare i pellegrini, coordinare i programmi della giornata, distribuire il tè e il pane (a tutti e 160 mila!), assistere e accompagnare.
Più di un migliaio di tende per accogliere i pellegrini provenienti dalle zone più lontane, come Zanskar, Changthang, Nubra e Sham.
Una carovana infinita di umanità, che ogni mattina presto, con il sole ancora obliquo dietro alle cime attorno alla valle di Leh, si metteva in cammino e poi in fila per accedere al "teaching ground" uno spazio aperto, attrezzato per l'occasione.
E di nuovo in fila (chilometrica!) per ammirare il mandala di sabbia durante gli ultimi due giorni di Kalachakra, prima che venisse distrutto, ovvero trasformato e restituito al fiume.


martedì 22 luglio 2014

Juley!

Eccomi di ritorno dal Paese degli Alti Passi con molte immagini ancora vive negli occhi, molta curiosità e interesse per quello che ha da raccontare e con una enorme gratitudine per aver potuto partecipare al Kalachakra tenuto dal Dalai Lama.

E' stato un viaggio molto intenso in un'India insolita per me, abituata alle pianure, alla folla della città, al traffico brulicante dei suoi mercati e ai colori al neon di un paese che vuole andare sempre più veloce (e che ti prega di suonare il clacson* se vuoi tentare di dribblarlo e arrivare per primo).

E' stato un viaggio condiviso con tante altre persone, che come me volevano ascoltare gli insegnamenti dell'Oceano di Saggezza e partecipare all'iniziazione del Kalachakra - mentre i monaci dalle dita di formica costruivano un universo di perfezione geometrica (il Mandala) con poche manciate di sabbia colorata.
Attorno, centosessantamila persone facevano girare a man destra i mulini della preghiera, incisi nella polvere della valle di Leh che sale a spirali fino ai picchi di pietra sfogliata tutto attorno.

In fila una dopo l'altra, le isole smeraldo delle oasi abitate: i villaggi di Bazgo, Alchi, Hemis, Lamayuru, dove eremiti meditanti e bodhisattva arcobaleno si fermarono per permettere la costruzione di termitai di sabbia e legno, che custodiscono ancora oggi gli spiriti ricoperti d'oro dei suoi demoni dalle fauci spalancate.
Le donne, con i capelli neri intessuti di peli di yak e i turchesi alle orecchie, mormorano davanti alle loro statue - Om mani padme hum - e appoggiano la testa sulle ginocchia, invocando la loro infinita compassione.

L'Indo, oggi come cinquemila anni fa, corre e scava, si curva, ruggisce e si infrange; guarda dal basso le altezze frastagliate delle montagne e ogni tanto regala qualche goccia ai chicchi di orzo nei campi lungo la sua strada.
Una sinfonia di colori scandisce il suo pentagramma: rocce malva fiorite di cristalli, striature verdi come i ricordi di cascate scroscianti di altre epoche, torrioni color della luna, gole ardesia che si sbriciolano al vento. La geologia in Ladakh è un imperativo tagliente.
Segna il paesaggio come i visi dei suoi abitanti.

Allora partiamo per questo Viaggio, a passi corti e respiri profondi.



*Curiosamente, in India i mezzi pesanti hanno dipinta sui parafanghi la scritta "blow horn", suonate il clacson :)

giovedì 26 giugno 2014

In Ladakh per il Kalachakra

Insomma, eccoci.
Tra pochi giorni sono di nuovo in partenza: destinazione India, ovviamente!
Questa volta però ho deciso di viaggiare attraverso una terra che ancora non ho mai visto: il Ladakh.

Erano anni che speravo di poterci andare e adesso sembra proprio che le opportunità e le condizioni mi indichino quella direzione.
Saranno stati forse gli incontri con il buddhismo, che in quella parte di Tetto del Mondo è ancora così vivo e presente; la partecipazione agli insegnamenti del Dalai Lama di due anni fa, la visita ad una Dakini e il viaggio in Francia ad ascoltare le parole della monaca Robina Courtin... fatto sta che per questo giro di giostra ho scelto una terra che è intrisa nel più profondo di queste presenze.

In questo 2014 poi c'è una ragione in più per andare in Ladakh, cioè la celebrazione a Leh del Kalachakra, alla presenza del Dalai Lama.
Il Kalachakra (lett. Ruota del Tempo) è una grande celebrazione tenuta l'ultima volta nel 2011, che comprende alcuni giorni di insegnamento da parte del Dalai Lama, danze, preghiere, un rito speciale di iniziazione, benedizione e purificazione e la costruzione di un grande mandala di sabbia destinato - come tutte le cose - ad essere distrutto, ovvero a trasformarsi.
Dato che si tratta di un evento molto importante, è prevista la presenza di centinaia di migliaia di pellegrini (come me), molto probabilmente più di 100 mila.
Tutti insieme per celebrare la nostra transitoria presenza su questa meravigliosa inestimabile terra, che ci accoglierà in uno dei luoghi più sospesi e brillanti, per regalarci un'altra opportunità.
Questo è quello che spero.
Al mio ritorno, spero anche di potervi raccontare ancora tante nuove storie.
Om mani padme hum :-)

domenica 29 luglio 2012

Khandro-là

Sull'onda dell'entusiasmo per la visita al Dalai Lama dello scorso fine giugno, ho deciso di partecipare ad un altro appuntamento molto speciale, questa volta ad Arco, in provincia di Trento, vicinissimo all'estremità settentrionale del lago di Garda.

Domenica scorsa infatti si svolgeva un incontro molto atteso dalla comunità buddhista nostrana: Khandro-là, una giovane monaca tibetana dalla storia singolare, era in visita.
La vita di questa donna dal sorriso luminoso e lunghissimi capelli neri è infatti del tutto particolare: pare che sia partita dal Tibet, dopo uno strano sogno premonitore, con l'intenzione di fare un pellegrinaggio nei luoghi sacri buddhisti. "Il viaggio è stato pieno di difficoltà, - si legge in un'intervista pubblicata nel 2008 -, non avevo un obiettivo preciso e seguivo semplicemente i pellegrini. Non mi ricordo quanto è durato il viaggio, ricordo che ho fatto quindici circoambulazioni intorno al Kailash e, a causa del mio comportamento strano e del mio modo di parlare poco usuale, la gente ha cominciato a dire che ero una Dakini. Così si sono formate delle code di gente che voleva vedermi e veniva perfino per avere una benedizione da me".

Essere una 'dakini' nel lamaismo, significa incarnare una forma di energia femminile essenziale al percorso verso l'illuminazione; una sorta di divinità sulla quale concentrare la meditazione, in grado di dischiudere al praticante i misteri mistico esoterici del sè. Una dakini è anche considerata un oracolo, come caso di Khandro-là.
Ad un certo punto Khandro-là decise di andare in India, con la speranza di poter incontrare il Dalai Lama, ma sulla via verso Kathmandu, a causa delle difficoltà del percorso e del cibo scarso e di cattiva qualità, si ammalò gravemente. "Temendo che soffrissi di una malattia molto contagiosa, mi hanno lasciato fuori dal centro in un campo, a dormire all’aperto. Ero talmente indebolita che non riuscivo nemmeno a cambiare posizione, così, quando avevo bisogno di muovermi, mi spingevano avanti e indietro con dei bastoni per paura di toccarmi con le mani".
Poi fortunatamente un monaco tibetano che aveva studiato medicina fu in grado di capire che si trattava di una grave intossicazione alimentare, e a guarirla.

Ghesce Dondup, Lama residente del centro Kushi Ling

Khandro-là riuscì così a raggiungere Dharamsala, in India, sede del Dalai Lama. Qui cominciò a chiedere di vedere Sua Santità, ma "alcuni sostenevano che fossi matta e che avrei dovuto lasciare il centro accoglienza per essere portata in un manicomio. Sono stata anche bandita dalle udienze pubbliche per molti mesi". Il fatto è che ogni volta che Khandro-là tentava di incontrare il Dalai Lama, cadeva spesso in un trance, svenuta, in preda a visioni.
La sua determinazione però venne finalmente premiata, perché il Dalai Lama, venuto a sapere di lei, decise di ammetterla alle sue udienze e di aiutarla nel suo percorso spirituale e di recupero fisico.
Fu fatta stabilire al monastero di Namgyal e mandata in Francia per delle cure. Nel frattempo ebbe occasione di seguire gli studi e di praticare il sentiero accompagnata da diversi maestri; oggi dà insegnamenti, ma lei stessa afferma: "Io penso di non essere una Dakini. Non so esattamente chi sono. Alcuni Lama dicono che sono Khandro Yeshe Tzogyel, altri che sono Vajrayogini, altri ancora dicono che sono Tara. Potrebbero essere le loro pure apparenze. Io non mi considero nulla di speciale".


Invece, credo sia una persona davvero speciale, semplice, materna, con una grande capacità di compassione e condivisione con chi la va ad ascoltare. Il suo messaggio è quello del Dalai Lama: una esortazione alla responsabilità universale di ciascuno di noi verso noi stessi e verso tutti gli esseri senzienti.
Un merito particolare va riconosciuto anche al centro Kushi Ling, brillante di colori e pieno di persone fantastiche, che ha accolto questa visita speciale. Anche il solo fatto di trasferirsi per un giorno in un luogo fuori dal mondo, in una natura gloriosa, con il vento, i rumori della natura e un lago di Garda luccicante sullo sfondo, non può far che bene allo spirito.


sabato 30 giugno 2012

Om mani padme hum


Sono un puntino tra queste diecimila persone, tra questi 9.999 esseri viventi dotati di corpo, mente e parola che hanno affrontato un lungo viaggio nel caldo di un'estate appena cominciata per raccogliersi attorno ad un uomo molto speciale.

Il 14° Dalai Lama è prima di tutto un uomo, semplice, perché ha superato gli atteggiamenti di inutile superiorità, che si toglie le scarpe prima di sedersi a parlare, indossa un cappellino con visiera per ripararsi dalla luce troppo forte, si gratta la fronte, sbadiglia, a volte brontola con i monaci più giovani.
E' a detta sua un 'semplice monaco buddhista' con un Nobel per la pace e migliaia di persone - monaci, laici, credenti o meno - che lo seguono e lo ascoltano.
Il motivo - uno dei motivi - è la grande umanità  e la forza eccezionale che scaturisce dalle sue parole. E' la 'forza della verità' (direbbe Gandhi) che trascende il credo religioso buddhista per abbracciare tutta l'umanità, dove nessuno è diverso, tutti siamo uniti indissolubilmente da una catena infinita di cause ed effetti.
Una serie di fenomeni che si determinano sulle basi delle nostre scelte, anche minime, e che ci legano stretti gli uni agli altri.
"Se volete essere felici - dice l'Oceano di Saggezza - smettete di concentrarvi sulla vostra soddisfazione individuale, e invece indirizzate i vostri sforzi alla felicità degli altri. Perché nessuno di noi esiste indipendentemente dal nostro prossimo e nessuno otterrà nulla di vero e duraturo se non attraverso un'intenzione sincera di condivisione del bene".
Tutte le religioni vanno in questa direzione, non c'è bisogno di essere buddhisti, cristiani o mussulmani per decidere di mettere in pratica questo proposito. Si può anche essere atei e ottenere gli stessi risultati.

Il 21° secolo, secondo il Dalai Lama, è il secolo del progresso; non un progresso materiale, - anzi quello forse proprio no - e neppure un progresso in cui ci distingueremo per aver costruito edifici più alti o armi più potenti; si tratta piuttosto del progresso derivato dal dialogo.
Non c'è nulla che non si possa mediare, rinegoziare e risolvere parlando e ascoltando, in pratica dialogando.
I bambini dovrebbero essere educati al dialogo, perché solo quello è lo strumento di una possibile felicità comune.
"In particolare voi occidentali - dice il Dalai Lama - che avete la fortuna di non dover concentrare tutti i vostri sforzi quotidiani per la sopravvivenza - cui invece sono obbligati i poveri del mondo -, voi potete impiegare la vostra intelligenza mettendola al servizio del bene comune. E questo è possibile solo se sarete disposti a mettere in discussione ed eventualmente cambiare la vostra mentalità, aprendola alla comprensione che la vostra felicità dipende da quella degli altri".

Sono stati due giorni intensi e faticosi: ho trascorso due notti a Milano, ho preso treni e metropolitane, ho fatto file sotto il sole, ho atteso assieme a tutti gli altri di ascoltare il Dalai Lama. Ho conosciuto molte nuove persone, anche un monaco buddhista di Sri Lanka che ha condiviso con noi il suo pranzo. Ho giunto le mani per salutare Sua Santità e mi sono anche molto commossa.
Ho ricevuto persino l'iniziazione speciale del Dalai Lama cui non ero preparata, ma l'ho accolta con un misto di emozione e meraviglia.
Ho guardato dall'alto del mio posto le altre 9.999 persone che come me stavano provando più o meno le stesse cose. Ho visto monaci buddhisti meditare, sacerdoti e suore cattoliche indossare la kata di buon auspicio con un gran sorriso di gratitudine, bambini giocare tra le file di sedie, Lama anziani prostrarsi con la fronte a terra, un'infinita umanità meravigliosamente diversa e fondamentalmente uguale sperare in un presente - e in un futuro - migliore.
Anch'io insieme a loro spero e desidero il meglio per tutti NOI.


altre foto a questo link

venerdì 8 giugno 2012

Il filo del discorso

Queste tre settimane, da quando è venuto il terremoto, sono state molto impegnative. Abbiamo dormito poco e male, abbiamo sussultato ad ogni rumore troppo forte, ci siamo sentiti in balia di forze che non sospettavamo potessero imporsi con così tanta imprevedibile potenza.
Sono stati giorni in cui abbiamo fatto incubi, tutti insieme e tutti alla stessa ora, e adesso avremmo bisogno di riposarci davvero, di abbandonarci senza paura ad un sonno fiducioso nelle braccia di una terra benigna...

Non so cosa dire, in questi giorni, non so cosa proporvi: mi conviene tornare al punto di partenza, ovvero quello che stavo cercando di raccontarvi prima del terremoto.
Il buddhismo, il suo rappresentante più 'famoso' - il Dalai Lama -, che spero potrò incontrare tra poche settimane.



Allora vi propongo una brevissima intervista a Raimon Panikkar, filosofo e teologo catalano, partito come sacerdote cattolico ed approdato alle religioni orientali che ha detto di sè: "Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindu e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano".
Una mente splendente, che in questo frammento ci spiega la spiritualità buddhista.

domenica 13 maggio 2012

Il cuoco del monastero

Durante la prima settimana di ottobre del 2011, sua santità il Dalai Lama ha condotto una serie di seminari aperti al pubblico a Dharamsala, in India. Per quattro giorni, le cucine del monastero di Nyamgal hanno preparato la colazione e il pranzo per le oltre 5000 persone radunate nelle sale della struttura.
A cucinare per così tanta gente, un cuoco tibetano, un rifugiato come tanti, che anni prima decise di fuggire dal Tibet assieme a tutta la sua famiglia - sei figli e l'anziana madre - per dare loro la possibilità di vedere il Dalai Lama (che, come sapete, nel 1959 fu costretto a fuggire dal Tibet a causa dell'occupazione politica e militare cinese) e dare ai ragazzi la speranza di un futuro migliore.


Questo bel film, che a quanto leggo fa parte di un corposo progetto di documentazione della vita dei rifugiati tibetani, racconta in 10 minuti - 10 preziosi minuti del nostro tempo - la storia della vita di Tenpa Choedon, a Dharamsala da sette anni, impiegato come cuoco nelle cucine del monastero.

Tenpa Choedon decise di partire ed affrontare il viaggio rischioso verso l'India perché era convinto che fosse l'unica possibilità per tutti loro di vivere in modo più dignitoso; purtroppo due dei suoi figli vennero arrestati al confine, ma ormai non era più possibile fare nulla, e l'intera famiglia dovette proseguire, nonostante la disperazione di aver perso i ragazzi.
Ed ora eccolo qui, a lavorare duramente tra i vapori delle cucine, mentre i suoi figli frequentano la scuola: la figlia maggiore è particolarmente brava e Tenpa Choedon è molto fiero di lei.

Questa è la sua storia in pochissime parole, ma il film ci mostra molto più di questo. Di fondo, credo sia la storia di tutte le persone che decidono di giocarsi tutto e provare a raggiungere un posto migliore per se stessi e per i propri figli. Per affrontare il Viaggio, qualsiasi migrante credo debba essere animato dalla visione di un futuro di lavoro, dignità, libertà.
Poi c'è la realtà da affrontare, che evidentemente è sempre dura, piena di trappole.
Tenpa Choedon sembra aver accettato la realtà in modo sereno. Certo, non lo possiamo sapere veramente, ma mi piace molto il suo sguardo diretto e luminoso, mentre racconta.
Sembra che per lui e la sua famiglia, vedere il Dalai Lama, fosse davvero una motivazione forte, un Grande Sogno, che li ha sostenuti, ha permesso loro di affrontare i rischi e li ha ricompensati una volta raggiunto lo scopo.
E mi viene da sorridere, pensando quanto è facile per me incontrarlo, a pochi chilometri da casa, basta prenotare un posto, prendere un treno, fare una fila.
E questo, se ci penso, è davvero assurdo…
E poi mi chiedo quanta forza ci voglia per accettare di non rivedere più i due figli rimasti in Tibet, di non abbracciarli più, o forse sì, ma chissà quando.

Ecco, credo che questo film sia un omaggio bellissimo alla forza positiva di questa gente che merita con tutto il cuore di essere ascoltata.

domenica 6 maggio 2012

Il tetto del mondo

Sarà che si sta avvicinando giugno, e giugno è il mese in cui andrò a Milano a vedere il Dalai Lama; sarà che sto leggendo un libro molto divertente, su un viaggio in Tibet (Filmistan effetto Tibet, di Nico Bosa), ma in questi giorni penso alle montagne e al buddhismo, fonte inesauribile di verità sorprendentemente semplici e profonde.



Ma andiamo con ordine: in giugno il Dalai Lama sarà a Milano. Il 27 e 28 infatti si prevedono due giorni di conferenza con l'Oceano di Saggezza, che poi ho saputo sarà anche a Udine questo mese di maggio. Una mia amica mi ha invitato ad andare con lei a Milano e io non mi sono fatta pregare! Immagino sarà un bagno di folla, ma è un'occasione che non vorrei perdermi per ascoltare dalla sua voce le parole che ho letto o ascoltato già tante volte e che sanno arrivare al cuore.
Faccio senza dire che per me la questione tibetana è un problema che coinvolge la coscienza di tutti noi, uno per uno, perché sappiamo fin troppo bene, anche senza conoscere i particolari, cosa significano la repressione e la negazione dei diritti fondamentali dell'uomo quando sono perpetrati da uno stato - la Cina - nei confronti dell'intera popolazione tibetana. Ce lo ricordiamo dai racconti dei nonni e della guerra; lo abbiamo visto in tanti film o ascoltato da tante testimonianze dirette.
Perché non facciamo nulla?
Io intanto vado ad incontrare il Dalai Lama, e quando trovo qualche insegnante particolarmente aperto (sapete che faccio laboratori di intercultura a scuola), parlo del Tibet e del buddhismo ai ragazzi. E' il mio piccolo modo di contribuire.

Per quanto riguarda il libro di Nico Bosa (ed. Vallecchi), si tratta del racconto di viaggio attraverso le montagne himalayane, fino a Lhasa, di due amici, lo stesso scrittore e Massimiliano Prevedello, regista e videomaker. L'idea di partenza era quella di seguire le tracce del gesuita pistoiese Ippolito Desideri (1684-1733) per girare un documentario che raccontasse i suoi sei anni in Tibet. Sbarcato a Goa il monaco risalì tutta l'India fino al Kashmir, raggiunse Lahore, Shrinagar, Leh poi finalmente Shingatse, Sakya, Lhasa, Samye e Trong Gne. Nonstante il Tibet fosse già stato assegnato alla competenza dei padri cappuccini, Desideri rimase per anni presso i Gompa locali, studiando il tibetano e i testi buddhisti, raccontando le sue esperienze di vita durissima in cinque libri andati perduti per più di un secolo. Il libro di Bosa è un racconto molto piacevole del viaggio rocambolesco sulle orme di Desideri condito con aneddoti e riflessioni su incontri con turisti o personaggi locali, strade impossibili, imprevisti dovuti alle guerre di confine, suggestioni e atmosfere, ricordi che Bosa, come chiunque abbia affrontato un viaggio un po' avventuroso in terre sconosciute, sperimenta e poi non dimentica più.

Ho inserito qui un video di ispirazione tibetana, ma ne arriveranno altri. Questo racconta la storia di quei bambini tibetani che i genitori fanno uscire dal Tibet per cercare l'opportunità di una vita migliore e più libera in India. Il video è di Sunny Zorawar
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