mercoledì 27 ottobre 2010

Due appuntamenti con il Barefoot College


Due appuntamenti con il Barefoot College, entrambi domenica 31 ottobre: il primo a Genova, per una conferenza con Bunker Roy al Festival della Scienza. Durante la conferenza verrà proiettato il documentario Sulle orme di Gandhi - il Barefoot College di Bunker Roy, che io e mio padre abbiamo realizzato quest'anno.
L'evento è previsto per le ore 18,00 a Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio.

Poco prima, alle 15,00 circa a Brescia, in occasione del 23° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento ancora una proiezione del documentario.

Io sarò a Genova e sono già emozionata!

giovedì 21 ottobre 2010

Giusto Cotone


Lo sapevate che il cotone è la materia prima non alimentare più importante al mondo? Lo si coltiva un po’ in tutto il pianeta, ma i paesi maggiori produttori sono Cina, India, Usa, Pakistan, Brasile, Uzbekistan, che nel 2009 hanno prodotto tutti insieme l’85% del cotone. Il cotone costituisce poi il 40% della fibra utilizzata nell’industria tessile, un’industria potente, che coinvolge 60 milioni di lavoratori in tutto il mondo, i quali sono spesso giovanissimi (donne e bambini), migranti, sottopagati, non sindacalizzati, in condizioni di lavoro insalubri ed estenuanti.
Nel 2008 però questi lavoratori hanno permesso una produzione globale che raggiungeva quota 600 miliardi di dollari.

Dal 2005, con la cessazione della validità degli Accordi Multifibre, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha liberalizzato definitivamente gli scambi mondiali di tessili e abbigliamento, dando luogo ad una guerra competitiva tra le multinazionali della produzione e commercio di prodotti tessili.
Catene come Zara o H&M, i cui negozi abbiamo visto apparire pochi anni fa nelle nostre città, sono appunto una conseguenza di questa liberalizzazione, e hanno dato vita al fenomeno della fast-fashion, ovvero la moda usa-e-getta, che costa poco e dura ancor meno.
Zara per esempio, marchio spagnolo diffuso ormai in tutto il mondo, fondata da Arancio Ortega, decimo fra gli uomini più ricchi del mondo, conta 3000 punti vendita in 64 paesi.
Ma dietro al successo di Zara, c’è un sistema di produzione che, come dice Deborah Lucchetti nel suo libro ‘i vestiti nuovi del consumatore’, fa si che “quel vestito, disegnato in Spagna, potrebbe essere stato cucito in Bangladesh, con tessuti provenienti dall’India e rifinito in Spagna presso le unità di controllo qualità, oppure (…) potrebbe essere stato confezionato sulle navi officina in partenza dalla Cina da lavoratori non cinesi con etichette made-in-Bangladesh, per fare rotta su Madrid, per evitare i dazi alle dogane e ridurre ancora i costi di produzione”.
E’ un fatto comunque che anche alcune delle nostre griffe made in Italy si servono del lavoro di asiatici e sudamericani, i quali intascano tra lo 0,5 e il 3% del prezzo finale del prodotto, mentre i grandi distributori e i marchi si riservano l’80% del prezzo.

Un altro aspetto inquietante di questo nuovo sistema globalizzato di produrre e vendere abbigliamento è lo scarso controllo sulla materia prima, che viene coltivata in zone del mondo dove le leggi che regolamentano l’impatto ambientale della produzione di cotone, per esempio, non sono uniformi.


Pare che circa 2 miliardi di dollari vengano spesi ogni anno per i pesticidi chimici necessari per scongiurare l’attacco alle piante di cotone (spesso geneticamente modificate) da parte di parassiti e infestanti. Con una ricaduta sui contadini in termini di minaccia alla loro salute, dato che si trovano costantemente a rischio di avvelenamento per contatto o inalazione.
E l’aver introdotto cotone Ogm, che secondo i big dell’agrobusiness (Monsanto in testa) doveva favorire la resa e la riduzione di fertilizzanti e pesticidi chimici, non ha fatto altro invece che peggiorare drammaticamente le condizioni dell’ambiente e della vita dei coltivatori.

Nei paesi maggiori produttori, il cotone Ogm costituiva nel 2007, già il 43% del totale, e in India in particolare si sono registrati in questi anni molti casi di suicidi tra i contadini, indebitati fino al collo per ripagare l’acquisto di sementi Ogm sterili, pesticidi tossici e fertilizzanti dannosi per l’ambiente, il cui risultato doveva invece essere l’assicurazione del benessere delle loro famiglie.
Oggi si sta cercando di intervenire a livello internazionale per sollecitare una maggiore consapevolezza rispetto a questi temi e per difendere e migliorare, dove possibile, le condizioni dei produttori e lavoratori tessili. In particolare, la Clean Clothes Campaign, nata ad Amsterdam negli anni ’90, ha lavorato molto per denunciare le condizioni di sfruttamento e iniquità dei milioni di lavoratori tessili, per lo più invisibili e ignorati da tutti, che lavorano per fornirci jeans, magliette e scarpe alla moda.


Ma in ultima analisi, è dalle nostre scelte individuali che dipende il futuro nostro e di chi vive accanto a noi: conoscere la realtà delle cose è senz’altro un primo passo; informarsi, non fidarsi delle dichiarazioni ufficiali e della presunta eticità dei prodotti che consumiamo, anche perché la stessa eticità sta diventando un prodotto di mercato. Insomma, il nostro sforzo di singoli è quello di cercare di mettere la nostra intelligenza a servizio di un bene comune.
Utopia? Forse, ma vale la pena provarci.

Se volete leggere di più:
‘I vestiti nuovi del consumatore’, Deborah Lucchetti, ed. Altreconomia, 2010
‘Le navi delle false griffe’, Rita Fatiguso, Il Sole 24 Ore
‘Clean Clothes. A global movement to end sweatshops’, Liesbeth Sluiter, Pluto Press, 2009

On line:
Campagna Abiti Puliti
Clean Clothes Campaign
la rivista mensile Altreconomia
Assemblea Generale Italiana Commercio Equo e Solidale

martedì 12 ottobre 2010

100% Masala


Parte del mio lavoro quotidiano consiste nel promuovere presso le scuole elementari e medie i laboratori didattico-creativi della cooperativa sociale per la quale lavoro.
In particolare, i progetti che propongo personalmente sono i cosiddetti laboratori 'interculturali', un aggettivo ormai entrato nel linguaggio corrente dell'ambiente scolastico italiano che si trova a fare i conti con bambini che provengono dai quattro angoli del mondo senza essere preparato a comprendere a fondo i diversi punti di vista e a valorizzarli adeguatamente.
Devo dire che tra gli insegnanti ho incontrato comunque molte persone sensibili e sinceramente interessate ad offrire ai ragazzi possibilità di conoscenza nuove e a stimolare in loro la curiosità di incontrare le culture 'altre'.
Del resto, non è più possibile ignorare di far parte di un mondo sempre più interconnesso, dove le scelte di chi vive lontano da noi ci riguardano da vicino e, viceversa, la nostra disponibilità a prendere consapevolezza dei nostri comportamenti in fatto di ambiente, politica e cultura hanno conseguenze a breve e lungo termine nel resto del mondo.
Credo che oggi più che mai sia giusto renderci conto di quanto noi siamo già costituiti da una mescola tra la cosiddetta 'cultura italiana' e le culture di chi vive -ho ha vissuto- accanto a noi.
Non ci rimane che guardare meglio e più da vicino il nostro prossimo.

Molto interessante e devo dire anche divertente, le riflessioni che fece l'antropologo americano Ralph Linton nel 1937 a proposito dell'idea naive e inconsapevole che il cittadino americano medio ha della sua propria cultura: "Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle boscose contrade dell’est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.
Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell’Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell’antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del diciassettesimo secolo […]
Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con monete che sono un’antica invenzione della Lidia. Al ristorante … il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell’India del sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dall’originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l’idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti, secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell’Asia Minore […]
Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera della sedia e fuma, secondo un’abitudine degli Indiani d’America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia, o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indoeuropeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano". (da Marco Aime, Eccessi di cultura, Einaudi 2004)

mercoledì 6 ottobre 2010

Verde Kerala

Oggi mi sono concessa una pausa: ho acceso il computer e cercato le canzoni dei vecchi film malayalam cantate da K J Yesudas, un musicista apprezzato in tutto il mondo e cantante playback in molti film indiani, in hindi e in svariate altre lingue del subcontinente (qui sotto la canzone Manjubhashini tratta dal film Kodungallooramma, 1968).

video

Una di queste in particolare la collego ai colori abbagliante del Kerala, un luogo bellissimo che ho visitato alcune volte, una terra fertile che offre agli occhi tutte le sfumature di verde. Il verde abbagliante delle risaie ordinatamente pettinate, il verde cupo delle foreste che ricoprono le montagne, il verde muschio che riveste delicatamente ogni superficie esposta alle gocce di pioggia tiepida dei monsoni.
Dato che ero dell'umore giusto ho aperto una confezione di pappadum al pepe nero e ne ho fritti 3 o 4 nel ghee da accompagnare ad una ciotolina di mango pickle.
Che festa!


NB: Se siete nei paraggi, provate ad andare a fare la spesa di prodotti orientali (di cui una buona parte indiani) a Bologna in via Mascarella da Asia Mach: io ci sono passata la settimana scorsa e sono tornata a casa con due borse piene di cose buone! in particolare, la marca Patak, che produce salse e condimenti vari mi è stata consigliata da diversi amici indiani. E in effettti la pasta tandoori, che ho provato alcune volte con il pollo, è buonissima!

martedì 5 ottobre 2010

Ringraziamenti


Grazie mille a tutte le persone intervenute ad Internazionale Ferrara sabato scorso e grazie anche a chi voleva venire ma poi non ce l'ha fatta, e chi mi aveva già avvertito che non sarebbe venuto.
Insomma, sono veramente contenta del risultato della proiezione sul Barefoot College; spero davvero di poterne parlare ancora, di poter mostrare cosa l'entusiasmo, la determinazione e il cuore delle persone è in grado di fare.
Ringrazio in particolare il Movimento non Violento, i ragazzi che hanno promosso l'incontro nel pomeriggio e il suo fantastico presidente, Daniele Lugli, per la bella introduzione; e ringrazio mio padre per il gran lavoro nei mesi scorsi.
(la foto è di Alejandro Ventura)
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