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sabato 5 ottobre 2013

Di Terra e d'Acqua: le donne di Bassi

... E mentre siete a Bassi, intenti ad ammirare i Kavad dipinti di cobalto e cinabro, persi nei meandri delle spire dipinte di Ananta, il serpente su cui Vishnu sonnecchia tra un'era cosmica e l'altra - può capitare di essere attirati da una musica strana.

C'è un bel tempio a Bassi, con una piscina rituale a gradini - un Baoli (in Gujarat si chiamano Vav, ne ho parlato in un post, qualche anno fa) dove la gente va a pregare e a purificarsi. Ma in certi giorni, evidentemente, si può assistere ad una cerimonia speciale, che coinvolge le donne del villaggio unite in una processione che le porta di casa in casa.


Un corteo di giacinti d'acqua e fiori di bouganville, che si sposta accompagnato dai tamburi per portare la fertilità e la ricchezza in ogni famiglia del villaggio.
Sono partite dalla piscina, che ha riempito di acqua sacra i vasi che tengono sulla testa. Sono vasi di terracotta, nei quali, alcuni giorni prima, sono stati deposti dei semi. I semi sono germogliati, come nel ventre della Madre Terra, e loro li portano in processione come fossero i loro figli.

Il vaso nella cultura indiana ha un significato profondo. E' il recipiente che si usa per trasportare l'acqua - anche per chilometri -, ma è anche il contenitore per il cibo quotidiano. E' simbolo della terra e del ventre materno, entrambi fertili e generosi, capaci di dare la vita o di conservarla, perché possa crescere e svilupparsi.
Nell'india antica come in quella contemporanea il vaso è venerato come simbolo di fertilità e di vita. Nei miti, conteneva l'amrta, il nettare dell'immortalità, e gli dei se lo contendevano con i demoni.
Ma erano - e sono ancora - solo le donne che lo posseggono davvero, e solo loro hanno la capacità di donare quel che cresce dentro di loro.

Ma l'acqua e la vita possono assumere sembianze minacciose, come per le divinità femminili terrifiche, che vivono nelle foreste e cavalcano animali selvatici; o i fiumi in piena, come quando la dea Ganga minacciò - con la sua corrente impetuosa - di travolgere il mondo. E fu poi fermata dalla foresta dei capelli del dio Shiva.
Durga, Kali e Ganga sono le energie femminili primitive (la Donna Selvaggia, direbbe Clarissa Pinkola Estès), che si trasformano in energie docili e generose, quando assumono le sembianze della terra coltivata, di una vasca per le abluzioni rituali, di una moglie e madre di famiglia.
Stagione dopo stagione, assicurano la sussistenza della famiglia e la continuità delle generazioni. Seminano, coltivano, raccolgono e cucinano. Danno la vita e la crescono. Sono acqua e terra e si ricordano ogni tanto anche del loro lato più selvaggio, più 'inaccessibile', quello del fuoco e dell'aria.

Per celebrare questa magnifica occasione, le donne di Bassi, come un'esplosione di fiori, si sono riunite vicino alla vasca delle abluzioni.
Hanno riempito i loro vasi, li hanno sistemati sulla testa e hanno cominciato a danzare in cerchio. Ad ogni passo - nel cerchio del tempo - una di loro, toccata da un bastone di bambù, lascia cadere un po' d'acqua, perché la vita è generosa e non le interessa risparmiare.

Ad occhi chiusi, come sonnambule, le donne di Bassi si lasciano guidare per ogni strada, e su ogni soglia seminano la vita, spargono la speranza, coltivano l'amore: è la loro natura e non sanno fare altro.








domenica 29 settembre 2013

I Kavad di Bassi

Bassi è un villaggio poco distante da Cittorgarh, nel Rajasthan meridionale. A Bassi ci si va (in genere) per passare una notte in uno dei numerosi Heritage Hotel disseminati per tutto il territorio nazionale indiano, che un tempo erano le dimore principesche di raja locali, poi decaduti. Per poter mantenere i loro palazzi, molti di loro decisero di trasformare una parte di queste magnifiche dimore di famiglia in hotel, così che i turisti potessero calarsi nell'atmosfera delle corti rajput di un tempo.

Se non ci si va per questo motivo, a Bassi, ci si può andare, come ho fatto io, per vedere gli ultimi intagliatori e decoratori di Kavad, una sorta di piccolo tempio portatile, in legno, che si apre su storie e miti tradizionali, illustrati a colori vivaci.
Ci sono ancora poche famiglie a Bassi che si dedicano alla produzione dei Kavad, che vengono realizzati ormai soprattutto per il mercato turistico. Ma un tempo erano i raccontastorie - i Kavadiya Bhat - a commissionare queste piccole opere ingegnose alle famiglie di falegnami di Bassi.
Servivano per portare di famiglia in famiglia le storie tradizionali, i poemi epici o la storia della vita di Krishna, in modo che le nuove generazioni potessero conoscerle. Non sempre le storie venivano raccontate nello stesso modo: ciascun storyteller aveva la possibilità di interpretare i fatti narrati, di aggiungere qualche particolare o di approfondire certe vicende che la storia ufficiale ignorava.

Si formarono così, nel corso del tempo, tante diverse interpretazioni della stessa storia o dello stesso mito, che rimase vivo, anche se in continua evoluzione, attraverso le generazioni.
Ci possono essere tanti modi per raccontare la stessa storia, ed è proprio grazie ai diversi punti di vista e alle diverse voci che la raccontano, che questa rimane viva e sostanzialmente intatta in tutte le sue preziose 'versioni'.
Oggi ci sono ancora alcuni raccontastorie che visitano le famiglie per raccontare le storie tradizionali e recitare, al termine del racconto, la genealogia della famiglia ospite. In modo che i giovani ricordino i miti, ma anche le proprie radici familiari e culturali. Recentemente ci si è inventati anche usi alternativi per i Kavad: ci sono per esempio quelli che hanno l'alfabeto hindi o inglese dipinto sugli sportellini, in modo che i bambini possano imparare le lettere divertendosi; oppure c'è qualche NGO che commissiona a Satyanarayan Suthar, un famoso produttore di Kavad di Bassi (nella foto), queste magiche scatole istoriate, per raccontare le regole igieniche di base, gli eventuali pericoli domestici, alcune norme di buona pratica ecologica e così via. Un modo per far sì che uno strumento antico riacquisti significato e sopravviva alla globalizzazione.

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