mercoledì 21 luglio 2010

Rinunce


Questa immagine è stata scattata a Palitana, Gujarat, ai piedi della collina sacra di Shatrunjaya, quest’anno.
Al mio arrivo all’ingresso che porta alla faticosa salita verso la vetta della collina ricoperta da centinaia di templi jain, ho trovato una lunga processione di persone che celebravano il brahmacharya (studentato, una sorta di ingresso nell’età dello studio e delle relazioni sociali), il diksha (rinuncia) e persino la morte dei propri parenti.
Una parata di elefanti, orchestre, uomini e donne riccamente vestiti, folla che attendeva di ricevere i doni lanciati dall’alto delle carrozze (rupie, riso, ma anche stoviglie) da chi stava celebrando la propria festa.
Una solenne celebrazione di tutto ciò che i protagonisti stavano per lasciare per sempre: il mondo con tutti i suoi attaccamenti, sotto varie forme.
Mi sono venute in mente alcune pagine di Maximum City di Suketu Metha, in cui si descrivono i membri di una ricca famiglia jain di Bombay che lasciano tutto -casa, lavoro, studi, carriere- per divenire rinunciatari e vivere vagando di villaggio in villaggio, senza possedere nulla, cibandosi del poco che viene loro donato.
Gandhi era un sostenitore della rinuncia come vera possibilità di vivere risparmiando gli altri esseri viventi e riducendo positivamente le proprie esigenze all’essenziale. La sua cultura, quella della sua famiglia, in effetti, era molto legata alla filosofia jain ed ai suoi concetti portanti. La rinuncia è un’arma potentissima: da un lato risparmia il prossimo (uomini e natura), dall’altro esprime una grandissima capacità interiore di soffire, e grazie a questo, di acquisire maturità, spessore, consapevolezza. E direi anche potere.
Credo sia uno strumento formidabile, che richiede molto coraggio e molta disciplina.
Anche di questo parliamo con i ragazzi nel corso dei laboratori che faccio nelle scuole: loro in genere rimangono a bocca aperta, io mi meraviglio della loro meraviglia!

5 commenti:

MilleOrienti ha detto...

Bella foto, Elisa. Shatrunjaya è un luogo magico, di cui anch'io ho raccontato su MilleOrienti (forse l'hai letto?). Ti faccio i miei migliori auguri per il tuo blog e sono sicuro che, come fanno i buoni viaggiatori, saprai nutrirlo di mille curiosità e passioni. Teniamoci in contatto! ciao,
Marco

Silvia Merialdo ha detto...

Sarò a Palitana fra poco meno di due settimane, insieme a un amico indiano che lavorava con me in Germania e che ha deciso di ritornarsene in India.
Quindi il tuo post capita proprio al momento giusto!

Anche a me avevano colpito le pagine di Maximum City in cui si descrive la rinuncia gianista, mi aveva colpito ancora di più il fatto che comunque ci fosse una via di uscita: se la cosa non funzionava c'era sempre un bel conto in banca a fare da paracadute!
Il che rende tutto molto più umano.

A presto, un caro saluto!

elisa ha detto...

@Marco: grazie di essere passato di qua! cercherò di fare del mio meglio con questo blog!
Ho letto che anche tu sei stato a Palitana in pellegrinaggio: beh, allora condividiamo un privilegio, credo che l'aver salito (e ridisceso) i suoi 4000 gradini faccia acquisire un bel po' di meriti spirituali ;))
a presto!

@Silvia: non sai come ci verrei anch'io (per la terza volta) ad arrampicarmi su per la collina. Credo sarà un'esperienza indimenticabile... tieniti un'aspirina nella borsa, quando scendi avrai così tanto acido lattico nelle gambe che ti sarà utile!
E per quanto riguarda i jain del libro di Metha, direi che così come per tante cose indiane, funziona che esiste una regola e sempre anche l'eccezione. Meno male!
baci, a presto!

Carlo ha detto...

A proposito di rinunce ripensavo stamattina a Bunker Roy, uno che di rinunce ne sà qualcosa, avendo abbondonato la vita agiata per occuparsi dei poveri, e al Barefoot College di Tilonia. Girando per la rete ho trovato questa sua risposta ad un giornalista che gli chiedeva quale fosse la ricchezza di una nazione:
«Secondo il governo indiano, 780mila persone vivono con mezzo dollaro al giorno. Queste persone sono il cuore e l'anima dell'India. Le loro abilità, le loro conoscenze sono trascurate, distrutte, sostituite con soluzioni importate dall'estero. Sono la risorsa dell'India, e questa risorsa sta morendo. La verità è che ci sono due modelli di sviluppo: quello suggerito da organismi come la Banca mondiale (e accolto dal governo indiano), che punta sulle città e igrandi capitali, e la via indicata dal Mahatma Gandhi: che i poveri vivano con dignità e senza dipendere dagli altri. Ma purtroppo Gandhi non è affatto popolare in India...»

elisa ha detto...

certo, Bunker Roy ha seguito una via poco battuta, una via che richiede molto coraggio, ma credo abbia ottenuto buoni risultati.
Prima o poi parlerò anche di questo...
grazie Carlo!

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